Era da parecchio che avevo in mente di tornare scrivere qualche recensione cinematografica, ma, vuoi per il sovraffollamento di notizie, vuoi per l’obiettiva mancanza di materia prima degna di essere presa in considerazione (almeno fra i pochi titoli visti di recente), non ve ne era stata ancora occasione… fino ad ora.

Grazie all’ultimo nato in casa RAI (e forse l’unico decente) l’altra sera ho potuto finalmente gustare un film che era sulla mia interminabile lista da anni: The Majestic.

In realtà l’unico motivo che mi spingeva alla visione era la presenza di Jim Carrey, a mio parere (purtroppo non ampiamente condiviso) perla rara nel panorama hollywoodiano. Con graditissima sorpresa invece la pellicola si è rivelata molto più interessante di quanto mi aspettassi.

Calato in piena atmosfera postbellica dell’America anni ’50 – ’60, un periodo caratterizzato da grosse incertezze ed incongruenze interne che diedero vita al famigerato Maccartismo, il film riesce a dipingerne davvero bene i più svariati tratti. Ma benchè sia proprio su questa tematica e su una severa critica sociale che The Majestic ha fatto parlare di sè, ad avermi affascinato è stato invece il ritratto della ridente, seppur provata, cittadina in cui il tutto è ambientato. Una cittadina in cui i vecchi e sani valori americani fatti “di bandiere ed inni cantati con la mano sul cuore” hanno lasciato un segno profondo in ogni persona. Una cittadina ed un tempo in cui, a dirla tutta, non mi sarebbe affatto dispiaciuto vivere.

Ogni singolo personaggio riesce a dare il giusto contributo alla costruzione di una sceneggiatura davvero favolosa, dalla poesia che trapela dagli occhi brillanti del vecchio Harry nel parlare del suo Majestic al figlio, alle poche e misurate parole del suo vecchio aiutante, ai romantici baci al tramonto sulla cima di un faro, fino a tutti gli altri dialoghi e situazioni quasi mai forzate o esagerate (tranne forse per un non troppo convincente Jeffrey Demunn nei panni di un sindaco eccessivamente patriottico). La sensazione che se ne ricava è di un’ambientazione visivamente assolutamente riuscitissima che fa innamorare lo spettatore (o per lo meno i romanticoni come il sottoscritto 😛 ).

Andando  assolutamente contro tendenza, è proprio la svolta finale a non avermi convinto granchè. Classica americanata in cui l’eroe fa la sua audace arringa dinanzi alla nazione intera rischiando tutto se stesso in nome di ideali appena riscoperti. Dovrebbe essere la scena “clou” in cui il pathos raggiunge la sua massima espressione ma, a dirla tutta, l’impressione avuta è di una netta forzatura nel tentativo di strappare ad ogni costo qualche lacrima allo spettatore…


Immagini: FilmUP

Tralasciando comunque questo aspetto, di cui per altro non mi pare si siano lamentati in molti, tutto quello che lo precede, nonchè il romantico seguito, è già sufficiente per un deciso pollice in su. 😉

Ed ancora una volta ho avuto la conferma di quanto sostenuto da sempre, ovvero dell’ineguagliabile bravura di Jim Carrey, storicamente bollato solo come un buffone da cabaret dai mammalucchi degli oscar, che dimostra di essere tranquillamente in grado di gestire alla perfezione anche ruoli drammatici senza cadere nella facile trappola della falsità… ma poi chi l’ha detto che l’oscar non può andare a chi fa ridere? 😎